Su Monti, su Critica liberale, sul liberalismo, sulla politica, sull’utopia. Letterina di fine anno (e di fine ventennio)


Consensi e dissensi all’interno di una lunga vicenda politico-culturale.

Negli anni di fango del berlusconismo, il nucleo più attivo di chi ha operato nella fondazione Critica liberale e nella sua rivista ha avuto forte omogeneità e coesione politica, a dispetto delle differenze nelle storie culturali e politiche, nelle vicende esistenziali e civili e nella formazione ideale di ciascuno di noi. Credo si possa dire che abbiamo degnamente rappresentato in questo funesto diciottennio quella parte della cultura liberale e democratica italiana che non si è mai rassegnata a considerare normale o accettabile quello che stava accadendo, come se si fosse trattato delle normali vicende di una normale democrazia dell’Europa occidentale, o del semplice proseguimento della storia di un paese sostanzialmente democratico, ma da sempre carente di cultura liberale e di accettabili livelli di decenza nell’etica pubblica.

Abbiamo saputo vedere il berlusconismo per quel che esso appariva al di là delle Alpi a tutti i democratici europei, di sinistra, di destra, di centro, e passando attraverso tutte le relative sfumature (e perfino ai soci del Ppe, che turandosi il naso lo avevano cinicamente imbarcato, garantendosi così per anni la maggioranza relativa nel Parlamento Europeo). La protettiva campana mediatica e la complicità, o l’assuefazione, o la rassegnazione da parte di quasi tutto l’establishment indigeno in Italia – dall’estrema destra all’estrema sinistra, con eccezioni quasi soltanto o individuali o estranee alla classe politica – impedivano ai più di riconoscere il berlusconismo per quel che è (sperabilmente) ormai stato, ora che sta avviandosi forse verso una fase di regressione: cioè come un cancro della democrazia costituzionale e liberale.

Nell’ultimo anno, il disastro economico seguito alla catastrofe civile sembra avere finalmente aperto gli occhi a molti che in precedenza non vedevano, o non avevano voluto guardare in faccia la realtà. La realtà di un paese che non ha solo sofferto per vent’anni per il mancato sviluppo e il mancato risanamento, finendo così per essere sospinto nelle prime file della crisi globale, e fino a un passo dal baratro nell’autunno 2011, ma che ha anche subito un processo di imbarbarimento generalizzato nel tono della sua vita civile, che altrove solo le esperienze totalitarie del Novecento erano riuscite a produrre. E per risollevarsi dal quale sarà verosimilmente necessaria almeno una generazione, se tutto andrà bene.

Nell’ultimo anno le cose sono cambiate, il berlusconismo, benché ancora capace di condizionare molto fortemente il sistema politico-mediatico, si è progressivamente indebolito, con lo sgretolamento della maggioranza parlamentare, con la valanga sempre più rovinosa, ormai perfino grottesca, di scandali e malversazioni, e sotto i colpi della crisi. Con il discredito della classe politica che ha dominato l’Italia negli anni di fango, sembra finalmente entrata in crisi la stessa idea della democrazia plebiscitaria come modello di legittimazione politica preferibile e più avanzato ed efficiente della democrazia costituzionale e liberale. Il sistema politico è giunto a uno snodo che appare altrettanto epocale di quello del 1993-94.

E non c’è forse da stupirsi se, modificandosi gli equilibri del sistema, altre questioni abbiano assunto maggiore rilevanza, e anche le differenze latenti al nostro interno si siano fatte più significative.

Personalmente, e fin dall’inizio, non ho condiviso il prevalente giudizio, che mi sembra nettamente negativo, che alcuni fra noi hanno progressivamente sviluppato nei confronti del governo Monti nel corso dell’ultimo anno. E può darsi che questa diversità di opinioni dipenda anche da differenti impostazioni di cultura politica con cui abbiamo sempre saputo convivere senza troppi problemi. Se fra di noi c’è una profonda consonanza sulle tematiche – fino a qualche anno fa pressoché esaustive della nostra attività – dei diritti civili, del costituzionalismo, della laicità, del federalismo europeo, o del disgusto per la ciarlataneria populista e per le sue malversazioni, abbiamo opinioni in parte diverse sugli scenari e sulle prospettive economico-sociali.

Diversità, beninteso, relative, interne a un comune paradigma liberalprogressista, liberalradicale o liberale di sinistra che dir si voglia. Siamo tutti eredi consapevoli di una tradizione politica, di matrice inglese e sorta in epoca vittoriana, che sostiene con convinzione il valore dell’economia di mercato, ma che al tempo stesso ritiene che sia doveroso assicurare a ciascun individuo condizioni materiali tali da garantirgli l’effettivo godimento delle libertà liberali e da favorire la mobilità sociale. Siamo tutti concordi nel ritenere il welfare una conquista di civiltà e un vanto liberale prima che socialdemocratico o laburista.

Però, così come, fin dai tempi di Tocqueville e di Mill, i liberali hanno ritenuto di dover confrontare con l’analisi empirica e con l’esperienza storica tanto i principi quanto la prassi concreta della nascente democrazia di massa e la sua compatibilità con il liberalismo (una tematica che la deriva plebiscitaria ha reso di scottante attualità un secolo e mezzo dopo), io credo che altrettanto debba esser fatto oggi per le condizioni di sostenibilità e per le conseguenze inintenzionali delle soluzioni e delle pratiche che hanno sostenuto le politiche del lavoro e il welfare novecentesco, portandoli a una crisi che non è stata soltanto la conseguenza di una cospirazione politico-affaristica internazionale.

Il Novecento non ritornerà.

La nostalgia per le conquiste sociali del Novecento è più che comprensibile, e perfino condivisibile sul piano sentimentale. Ma credo che non possa essere una politica, se non per chi abbia deciso di non voler fare i conti con la realtà e con la storia. Mi sembra votata alla sconfitta una politica che non voglia tenere debito conto di tre mutamenti storici che sono intervenuti negli ultimi decenni e che hanno posto termine alla società industriale novecentesca, ai suoi equilibri e alle sue certezze: i mutamenti tecnologici, la mutata demografia delle nostre società, e la globalizzazione con l’interdipendenza che ne deriva.

Di questi tre mutamenti epocali, i primi due non sono nella disponibilità dei decisori politici. Quand’anche lo si volesse, non è mai accaduto nella storia che la politica abbia potuto arrestare o invertire una rivoluzione tecnologica o invertire drasticamente una dinamica demografica in atto (e ben radicata anch’essa in mutamenti culturali e tecnologici di lungo periodo; e che, se anche si modificasse, non produrrebbe conseguenze che nel lungo termine). Le nuove tecnologie hanno rivoluzionato l’intero nostro modo di vivere e perfino le nostre vite private, ed è assurdo pretendere che questa rivoluzione non coinvolga in pieno anche il mondo della produzione e del lavoro. Ciò ha comportato e comporta un’inevitabile tendenza all’individualizzazione dei rapporti di lavoro, e quindi un correlativo indebolimento degli strumenti novecenteschi di tutela del lavoro dipendente attraverso le pratiche sindacali tradizionali.

Dispiacerà ai miei amici più affezionati alla tradizione gobettiana, ma il ruolo del conflitto sociale non può più avere una fecondità di esiti paragonabile a quella delle giornate di Genova raccontate da Einaudi nel 1900. Il conflitto per il conflitto, anche quando è sorretto da ottimi motivi e da situazioni soggettive disperate o mortificanti, è del tutto sterile quando non è capace di indicare riforme praticabili e che non costituiscano rimedi peggiori, nelle loro conseguenze magari inintenzionali, dei mali che intendono combattere. Se non è capace di questo, il conflitto diventa sterile quanto lo furono per secoli le rivolte contadine, o quanto lo fu il luddismo esattamente due secoli fa. Sterile, o perfino controproducente se rischia di aprire la porta a movimenti totalitari o a facilitare svolte autoritarie.

Anche la globalizzazione è un processo pressoché impossibile da invertire; può essere ostacolato o rallentato, ma non è lecito ignorare né che l’interdipendenza ci ha liberati da quarant’anni di terrore nucleare globale e dalla minaccia di annientamento dell’umanità (che avrebbe anche potuto essere la mera conseguenza di errori di valutazione – e ci siamo andati molto vicino almeno tre volte, a quanto se ne sa), né che la mondializzazione, se ha colpito (soprattutto) le economie meno dinamiche dei paesi ricchi, ha innescato processi di sviluppo certo molto diseguali, ma capaci di produrre un trasferimento di ricchezza e di potere, dal Nord ad almeno alcune vastissime regioni del Sud del mondo, di dimensioni gigantesche, che nessun programma di aiuto allo sviluppo pianificato dalla politica si sarebbe mai potuto sognare di realizzare neppure in minima parte. Non era forse quel che i progressisti di ogni tendenza avevano vanamente richiesto e perorato nel mezzo secolo precedente?

Mutamenti di questa portata comportano inevitabilmente mutamenti giganteschi anche nei rapporti sociali all’interno dei nostri paesi, certamente non tutti desiderabili, e che del resto avevano cominciato a manifestarsi ben prima dell’inizio della crisi. Tutte le maggiori trasformazioni sociali dell’età moderna e contemporanea (e, con un ritmo molto meno tumultuoso, anche delle età precedenti a cominciare dal neolitico) sono state innanzitutto conseguenza delle nuove possibilità aperte dalle innovazioni tecnologiche. Tentare di restaurare i rapporti sociali della società novecentesca – o di conservarne con le unghie e con i denti quel che ne è sopravvissuto, piuttosto che impegnarsi in un ridisegno complessivo dei sistemi di protezione sociale – a me sembra una strategia perdente e un po’ disperata. È in sostanza la strategia della socialdemocrazia europea – cioè di quella che oggi è la sinistra europea per antonomasia – ormai priva da anni di idee, di ricette e di progetti che non siano la riproposizione di quel che aveva funzionato così bene nel passato.

Questo non significa sottovalutare l’argomento, sempre sottolineato dal nostro Giovanni La Torre, secondo cui le disuguaglianze crescenti, deprimendo la domanda, sono la principale causa della crisi globale. Significa riconoscere che altra cosa è la diagnosi, altra la (possibilità di) terapia con strumenti uguali o analoghi a quelli che avevano funzionato nel passato. Per attenuare le disuguaglianze si potrà agire con le politiche fiscali – che peraltro in Italia rischiano di colpire sempre gli stessi, cioè soltanto la parte onesta dei contribuenti; e comunque nella stessa “agenda Monti” ci sono indicazioni significative, mi sembra, nella direzione di una ripresa di politiche fiscali parzialmente redistributive. Ma si potrà farlo entro i limiti piuttosto circoscritti consentiti dai confini aperti e dalla libertà di circolazione dei capitali. Il “keynesismo in un solo paese” non mi sembra un progetto verosimile: gli ultimi a provarci sono stati più di trent’anni fa i socialisti francesi del primo governo del primo settennato di Mitterrand, che dovettero arrendersi dopo pochi mesi, in un’epoca in cui i processi di integrazione e di globalizzazione erano enormemente meno avanzati di oggi.

Ancor più inverosimile mi pare la possibilità di successo di una strategia di lotta alle disuguaglianze finalizzata al rilancio dello sviluppo che, nella situazione data, ritenga di poterne addossare principalmente l’onere al sistema delle imprese, già messo alle corde da stretta creditizia, alta pressione fiscale (a carico esclusivo di chi non evade, ovviamente), mancati pagamenti da parte della P.A., inefficienza delle infrastrutture, burocrazia inefficiente e invadente, corruzione dilagante, taglieggiamenti mafiosi in molte regioni, tempi della giustizia civile, ritardi negli investimenti e nell’innovazione (certamente spesso frutto di miopia e inettitudine, questi ultimi, ma a loro volta anche conseguenza degli altri fattori indicati): tutti elementi che già spingono una gran parte del sistema produttivo italiano sull’orlo del fallimento e che comunque lo pongono ben difficilmente in grado di competere nel mondo globale. Tanto più se si crede di fare opera di giustizia difendendo di fatto un sistema di apartheid fra lavoratori dipendenti (relativamente) garantiti e paria totalmente non garantiti; o se non si tiene nel debito conto che in Italia il costo del lavoro ha ben poco a che fare con quel che i lavoratori dipendenti si ritrovano effettivamente nelle loro buste paga, che ne costituisce la metà scarsa (o molto meno se si considerano gli oneri non contabilizzati nella busta paga).

Insomma, anche se si ritiene che un cambio di paradigma sia necessario, nella situazione in cui viviamo storicamente, il livello decisionale davvero minimo per poterne fare una proposta realistica in fatto di significative misure fiscali redistributive è quello dell’Unione Europea, che solo se capace di parlare con una sola voce, solo se dotata di istituzioni capaci di decisione politica perché direttamente legittimate, avrebbe un peso tale, nel mondo, da potersi fare promotrice di mutamenti significativi a livello globale – e neppure in quel caso sarebbe cosa facile. Il deperimento delle sovranità statali su scala globale – non solo su scala europea – ha reso il mondo un luogo molto meno insicuro per il genere umano, allontanando enormemente il rischio dell’autoannientamento, ha fatto uscire dalla povertà assoluta centinaia di milioni di individui nei paesi emergenti, ma ha limitato di molto, soprattutto in Europa, la libertà di manovra dei governi, delle classi politiche e degli stessi elettori: nel bene e nel male.

In nessun caso, però, un cambio di paradigma in direzione redistributiva potrebbe pretendere di riproporre o di difendere le stesse soluzioni previste per il finanziamento del welfare, soprattutto del welfare previdenziale e sanitario, che erano state disegnate per una società la cui demografia era totalmente diversa dall’attuale e in cui la medicina tecnologica era molto meno efficace e potente: e quindi anche molto meno costosa. Eppure la rilevanza di questo argomento mi sembra venga spesso inspiegabilmente sottovalutata, anche al nostro interno.

Prendiamo la riforma previdenziale. Errori commessi sugli esodati a parte, e con le ovvie esclusioni per i lavori usuranti, che senso può avere resistere con ogni mezzo all’innalzamento dell’età pensionabile per chi abbia la capacità psicofisica di svolgere le mansioni cui è addetto, quando l’aspettativa di vita è così enormemente aumentata dai tempi in cui le norme di cui si è discussa la riforma erano state rivendicate e poi adottate? Che senso ha avuto difendere una diversa età pensionabile per le donne, retaggio di un’epoca precedente la secolarizzazione contemporanea, in cui il lavoro femminile era considerato un male, ancorché un male talvolta necessario? Come non vedere che l’iniquità sta semmai nelle pensioni da indigenti che spetteranno ai giovani attualmente vittime dell’apartheid e i cui contributi avrebbero dovuto consentire la continuazione del pensionamento dei cinquantenni? Come non vedere che, anche dopo la riforma Fornero, l’equilibrio del sistema si basa largamente sul furto legale dei contributi versati a fondo perduto da tanti non garantiti, a cominciare da centinaia di migliaia di precari e di immigrati?

E si possono chiudere gli occhi sul fatto ormai evidente che l’erogazione effettiva dei livelli essenziali di assistenza sanitaria in molte regioni non è garantita se non sulla carta, e potrà esserlo sempre meno anche con una gestione molto più oculata delle risorse da parte della politica, con la conseguenza che, in mancanza di una riforma governata, il sistema già ora si orienta spontaneamente verso un doppio sistema sanitario, che cumulerà gli uni agli altri i giganteschi sprechi, la corruzione e il clientelismo della gestione pubblica con le iniquità e i costi aggiuntivi di una sanità per ricchi all’americana? E che, quasi ovunque in Italia, il sistema sanitario è diventato il principale canale di finanziamento illegale della politica? Si può far finta di non vedere che i progressi tecnologici della medicina e l’aumento dell’aspettativa di vita che ne deriva stanno già rendendo insostenibili oggi i costi del sistema sanitario italiano e che il collasso è imminente? Si può davvero pensare che sistemi di finanziamento, che erano stati pensati ed erano sufficienti quando l’aspettativa di vita era molto inferiore e quando molte cose che oggi sono tecnicamente possibili non si potevano fare, possano essere validi e sufficienti oggi?

Sia chiaro che non metto minimamente in questione l’obiettivo politico di garantire il maggior possibile empowerment di ciascun individuo nell’esercizio anche materiale delle sue libertà liberali e dei suoi diritti di autodeterminazione, indipendentemente dalle sue origini e condizioni economiche; non mi nascondo affatto che tale obiettivo richiede certamente anche oggi un penetrante intervento della politica. Ma gran parte dell’armamentario escogitato a tal fine dagli stessi liberali progressisti nel campo delle politiche economico-sociali, e applicato con tanto successo, nelle trente glorieuses, soprattutto grazie alla sinistra socialdemocratica e laburista novecentesca, a me sembra oggi sostanzialmente inservibile, se non ai fini dell’autoinganno. E l’autoinganno non è che il primo passo verso un genere di populismo di sinistra, certo per lo più molto meno becero, ma quasi altrettanto demagogico, anche al di là delle intenzioni, di quello di destra.

È altrettanto importante capire che cadere in questo autoinganno ha una conseguenza esiziale: significa rinunciare a rispondere a una sfida storica cui la civiltà liberale europea si trova di fronte. E capita che le grandi civilizzazioni, come mostrava Toynbee, spesso si estinguano quando non sono più in grado di maneggiare il meccanismo della risposta a sfida. Non è difficile intravedere nel medio termine un simile futuro per la democrazia liberale e costituzionale, di fronte al modello alternativo che si profila al nostro ormai vicino orizzonte, quello della prosperità senza libertà proprio del nuovo autoritarismo asiatico di matrice cinese.

Il “riformismo borghese” italiano, di cui il nostro Vetritto lamenta l’eclissi negli ultimi decenni e la mancanza di voce e presenza anche nei settori del sistema politico italiano che più avrebbero motivo di giovarsene, perderebbe ogni ragion d’essere se si limitasse a rimpiangere il passato anziché esplorare nuove vie e proporre strategie e progetti adeguati a una realtà che è profondamente mutata.

Destra e sinistra e liberalismo progressista.

In un intervento della scorsa primavera [1] avevo indicato le ragioni per cui, a mio avviso, non ha più gran senso per il liberalismo progressista incaponirsi a fare un nostro uso specifico – quasi privato e non comprensibile per la larga maggioranza dei nostri interlocutori – delle stesse categorie di destra e sinistra, categorie consumate, credo, non solo dal venir meno della società industriale nella cui fase nascente erano nate più di due secoli fa, ma ancor più dalle loro degenerazioni novecentesche, dalla mancanza di precisa e univoca traducibilità all’interno delle diverse tradizioni politiche nazionali europee (non parliamo neppure del resto del mondo) e foriere ormai di continui equivoci. Tanto più che, scrivevo, accanto al cleavage socioeconomico principale della politica novecentesca – e dando vita con questo e fra di loro alle più diverse e inattese combinazioni – altri cleavages, spesso non meno rilevanti, oggi concorrono sempre più a determinare il posizionamento politico e l’identità di individui e gruppi: autoritarismo, proibizionismo e tradizionalismo versus laicismo, libertarismo e politiche dei diritti; etnocentrismo e sovranismo versus cosmopolitismo e globalismo; centralismo versus autonomismo; industrialismo a oltranza versus ambientalismo. Tanto in linea teorica che all’atto pratico, tali sostanziali linee di frattura non si prestano per nulla a essere ricondotte ad alcun coerente o semplicistico posizionamento sul continuum destra / sinistra. Anche tale inutilizzabilità delle categorie otto-novecentesche nel mutato contesto storico sconsiglia ogni schematica e sbrigativa assimilazione fra ricette della sinistra socialdemocratica del passato e strumenti per la realizzazione nel presente dei principi e dei valori etico-politici del liberalismo (libero sviluppo della personalità individuale e empowerment di ciascun individuo, massimizzazione delle sue libertà e capacità di autodeterminazione e limitazione dei poteri legali e di fatto capaci di contrastarli).

Mi rendo conto, però – me ne sono accorto spesso in questi anni – che mettere in questione il rapporto organico fra liberalismo progressista e concetto di “sinistra” significa invitare gli interlocutori all’impresa impossibile di porre in questione una di quelle maniglie cognitive, una di quelle chiavi interpretative generali, su cui si costruiscono intere personalità intellettuali e si percorrono intere biografie individuali, civili e politiche. E per molti di noi pare sia andata proprio così.

Prima di tutto, la cultura di Critica liberale è stata, per la maggior parte dei suoi protagonisti (credo di poter dire, da questo punto di vista, non per me), una cultura politica decisamente e profondamente radicata innanzitutto nella storia d’Italia della prima metà del Novecento. Faceva cioè riferimento a una generazione per la quale la lotta per le libertà liberali aveva inevitabilmente coinciso con l’antifascismo, inteso non solo come opposizione al fascismo, ma anche come necessaria alleanza di tutto lo schieramento antifascista, componente totalitaria inevitabilmente inclusa, sulle questioni democratiche di fondo. Quell’esperienza aveva segnato per la vita soprattutto la componente azionista dei nostri maestri, a cominciare dall’ambiente torinese di Bobbio. Il concetto di “sinistra”, anche di sinistra in senso forte, molti dei nostri maestri italiani l’avevano costruito a partire da quell’esperienza. E anche a partire dalla mancata o comunque limitata comprensione del fenomeno comunista nell’ambito della vicenda umana e culturale di Piero Gobetti, e dell’uso che ne ha fatto per decenni l’establishment culturale legato al Pci.

A Critica liberale era piaciuto presentarsi – fin da quando era ancora lo spiffero di sinistra della corrente di sinistra del Pli di allora – non già come ala sinistra del liberalismo italiano, ma come “componente liberale della sinistra italiana”. Ricordo che all’epoca Marco Pannella rivendicava (ignoro se a torto o a ragione) la paternità della formula, assolutamente coerente, del resto, anche con le posizioni del Partito radicale di quell’epoca: e al Partito radicale, così come per lunghi anni anche a noi, alcune battaglie specifiche – più o meno le stesse dei radicali per un certo periodo, altre e totalmente diverse da qualche decennio in qua – sono sempre interessate molto di più delle grandi scelte di politica economica, su cui sapevamo, noi come loro, di non avere possibilità di influenza alcuna. E poiché sulle battaglie per i diritti civili era tutta la sinistra che doveva essere assemblata per poter raggiungere un risultato, tutta la sinistra italiana diventava il nostro comune necessario interlocutore. Dovevamo esserne politicamente parte.

Peraltro, dal punto di vista “ideologico”, eravamo, gli uni e gli altri, quasi tutti decisamente e fortemente anticomunisti, anche se non usavamo quel termine, che nel linguaggio della politica di quegli anni era diventato a poco a poco un eufemismo per definire l’estrema destra, e preferivamo quindi dirci semmai estranei al marxismo, “antileninisti” e “antisovietici”. Ma sottovalutavamo – continuammo a sottovalutare fino alla fine – quanto fosse ancora davvero genuinamente “comunista” una significativa parte del Pci, e quindi limitatissima la sua possibilità di evolvere, di operare, come si diceva allora, la sua Bad Godesberg, senza sfaldarsi; nonostante non sbagliassimo, credo, nel considerare tutt’altro che ideologicamente comunista una parte, probabilmente maggioritaria già dall’inizio degli anni Settanta, dell’elettorato di quel partito: che lo votava come maggior partito della sinistra, con le stesse motivazioni con cui avrebbe potuto votare laburista in Gran Bretagna o per la Sdp in Germania. Noi tutti criticavamo il Pci molto più per le sue strategie consociative che per il suo essere ancora “comunista”, anche se ci era chiaro che chiedergli di adottare una strategia dell’alternanza equivaleva a chiedere una rottura del Pci con il suo passato. Estranei come eravamo a quella tradizione culturale, questa ci sembrava, negli anni Settanta e nella metà occidentale dell’Europa, lascito residuale, mera “derivazione”, inservibile impaccio ereditato dal passato, vuoto feticcio identitario.

Non ci preoccupavano invece granché le possibili scelte di politica economica di un’eventuale maggioranza di sinistra che si fosse affermata nel caso di una svolta del Pci in favore di una politica di alternanza anziché di compromesso storico. Diciamo la verità: piuttosto ferrati in campo storico, politologico, sociologico, e molti fra noi anche in campo giuridico, all’epoca eravamo pressoché privi – esattamente come i radicali – di un pensiero economico. Al massimo ci portavamo dietro qualche idea-forza molto generica su Keynes, sul New Deal, su Beveridge; ma sul loro ruolo storico, politico e ideologico, molto più che sulle teorie economiche. Sul piano politico ci interessavano molto di più le libertà civili, che ci sembravano tutt’altro che garantite da una classe politica democristiana che si mostrava scarsamente interessata all’attuazione costituzionale e allo smantellamento delle residue strutture autoritarie ereditate dal fascismo; ci preoccupavamo, ancora, della mancanza di laicità delle istituzioni, del divorzio e dell’aborto, dello sfrenato e diseducativo autoritarismo connaturato alla coscrizione militare forzata allora in vigore.

Come molti all’epoca, ritenevamo semplicemente che «ormai [fossimo] tutti keynesiani» (così, testualmente, e citando Milton Friedman, perfino Richard Nixon). Credo che molti di noi – io ero certamente fra questi verso la fine della mia vita politica radicale – nutrissimo già allora la precoce intuizione che, semplicemente, non fossero più possibili in Occidente politiche economiche così fortemente divergenti da quelle dei principali partner commerciali e dai fondamenti della costituzione economica stabilita in Occidente, e in particolare nell’Europa occidentale, dopo la guerra, e garantiti dagli equilibri internazionali e dai processi di integrazione europea, da poter mettere davvero in questione per quella via i fondamenti della democrazia liberale: equilibri che sembravano fino al 1989 immutabili se non attraverso una guerra nucleare annientatrice. Il problema della sostenibilità finanziaria e demografica del welfare non sembrava all’ordine del giorno né a noi né ad alcun altro gruppo politico italiano di grande rilievo. Per questo sottovalutavamo i possibili danni insiti nell’accumulo del debito pubblico da parte della classe politica, debito che d’altra parte sarebbe esploso, nel decennio successivo, non per responsabilità di un governo di sinistra, che non avrebbe visto la luce, ma dei governi “CAF”. La corruzione ci sembrava invece, già allora – almeno fin dall’epoca del primo scandalo petroli – problema anche economico di prima grandezza. E, in questo almeno, la sinistra di allora ci sembrava, e forse era davvero, tutto sommato meno inaffidabile della Dc.

Politique d’abord, etica della responsabilità e etica della convinzione.

In anni molto più recenti, cioè più o meno dall’inizio degli anni di fango del berlusconismo, a questa sostanziale mancanza di competenze e di nostro interesse prioritario per le politiche economiche (situazione terminata solo con il recente inizio della collaborazione sistematica a Critica di Giovanni La Torre – e ovviamente con la centralità assunta dalle questioni economiche in conseguenza della crisi globale), si è aggiunto quello che forse è stato, assieme al precedente, l’altro dei nostri due limiti principali in questo campo: il nenniano (talvolta perfino un po’ demitiano!) politique d’abord, connaturato soprattutto al nostro direttore, che costantemente ci ha fatto giudicare ogni progetto di riforma in campo socio-economico mai nel merito, ma sempre essenzialmente sulla base delle sue ricadute immediate nel gioco politico contingente e sulla base degli schieramenti che determinava. Un limite uguale e contrario a quello di molti dei proponenti di quelle riforme nell’ala “riformista” o “liberal” del Pds/Ds/Pd, a cominciare, per fare un nome, dall’odierno coautore dell’agenda Monti Pietro Ichino, che, interamente presi dal proprio oggetto, e ai nostri occhi totalmente indifferenti alle frequentazioni improponibili in cui si cacciavano, cercavano o non respingevano consensi bipartisan alle proprie proposte anche nel campo degli orrendi figuri della destra populista italiana.

Un atteggiamento, il nostro, che è spesso sembrato poco comprensibile a tanti lettori e simpatizzanti di Critica, molto affezionati a noi ma estranei a riflessi probabilmente tipici del “miglio quadrato” della politica romana, e che spesso avrebbero trovato naturali su questi temi convergenze fra la nostra sinistra liberale e i “riformisti” del centrosinistra, piuttosto che fra noi e le tradizionali strutture organizzate di massa della sinistra, a cominciare dalla Cgil. Più di dieci anni fa, quando si cominciava a discutere della possibile riforma dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, e molti a sinistra tendevano a fare un sol fascio di quella discussione e di quelle che parallelamente infuriavano sulle caratteristiche peculiari della destra populista italiana, avevo scritto un articolo sulla rivista in cui raccomandavo di distinguere fra riforme economiche liberiste, più o meno condivisibili e normale oggetto di discussione in tutti i paesi occidentali, e norme eversive e ad personam tipiche del berlusconismo in Italia [2]. Mi sembra che fra noi quelle riflessioni siano rimaste isolate.

Ho qualche volta l’impressione che nella visione di alcuni di noi liberalismo e “sinistra” siano anzi divenuti concetti addirittura interscambiabili. Tanto il liberalismo quanto “la sinistra”, in questa ricostruzione del concetto, a mio avviso totalmente astorica, idealizzata, meramente deontologica, e invero alquanto autistica, mirerebbero nella sostanza ad accrescere le libertà dell’individuo e a liberarlo da pesi, ingiustizie e oppressioni di vario genere attraverso il conflitto sociale, ritenuto un motore sempre e comunque foriero di progresso civile. Non sarebbe davvero di sinistra tutto quel che non possa anche dirsi liberale: una sinistra illiberale non sarebbe una sinistra “vera”, ma una sinistra falsa, spuria, deviata, finta, estranea alla definizione. Anche se il necessario corollario sarebbe stato troppo stravagante per essere enunciato esplicitamente, il comunismo, come fenomeno mondiale che ha segnato così profondamente il XX secolo, non sarebbe stato parte – e quale parte – della sinistra, ma, al più, un impazzimento laterale, un fenomeno di cui è perfino discutibile l’inclusione nell’”album di famiglia” della sinistra; o un’eresia ormai trascurabile quanto lo sono ormai le tante sette ereticali, un tempo anche potenti, che hanno costellato la storia del cristianesimo. Forse anzi, la stessa socialdemocrazia europea del dopoguerra, per il suo carattere anticonflittualistico, consensualistico e concertativo, proprio di sinistra non lo sarebbe mai stata del tutto.

Peccato che questa idea della sinistra come sinonimo di liberalismo progressista e conflittuale non trovi pressoché altri sostenitori nel mondo reale, politico o accademico o giornalistico, in Italia o nel mondo, e in particolare nella sinistra storicamente data.

Questa eccentrica costruzione mentale concorre probabilmente a spiegare le ragioni del prevalente e crescente giudizio negativo che alcuni di noi hanno ripetutamente espresso sulla rivista e sul sito di Critica sull’operato del governo Monti, fatto salvo il comune e condiviso sollievo per la fine (si spera) della più nefasta stagione politica dell’Italia repubblicana e dell’Europa occidentale del dopoguerra, impersonata da Berlusconi. Come detto all’inizio, a me questo giudizio fondamentalmente negativo sull’esperienza di Monti non sembra sostanzialmente condivisibile.

Mi sembra innanzitutto che tale giudizio non tenga in alcun conto i condizionamenti interni ed esterni, politici, istituzionali ed economici, all’interno dei quali il governo ora dimissionario ha dovuto operare. Un governo che non disponeva di una maggioranza parlamentare sua propria e che avrebbe potuto essere facilmente delegittimato, oltre che sfiduciato, da una ancora intatta potenza di fuoco avversaria; e non penso che sarebbe stato semplice, come Enzo e altri collaboratori di Critica hanno creduto fosse possibile, giocare la partita scacchistica spregiudicata – spregiudicata, s’intende, per ottime ragioni e più che ottimi fini, e non in quanto costituzionalmente illegittima – che si imputa a Monti e a Napolitano di non aver voluto ingaggiare per mettere subito al tappeto la destra populista. (Ma io sono molto meno portato del nostro direttore ad appassionarmi alla scacchistica politica, e probabilmente per gli scacchi non sarei minimamente dotato).

Sul piano delle scelte economiche, è certamente vero che è spesso mancata l’equità, ma l’obiettivo era forse impossibile da centrare, dovendosi prioritariamente evitare il baratro incombente, non potendosi risolvere d’incanto il problema dell’evasione – e quindi rischiando di ottenere risultati opposti alle intenzioni da politiche fiscali fortemente redistributive, che avrebbero caricato di un onere schiacciante i contribuenti onesti a vantaggio dei disonesti. E dovendo (iniziare a) far pagare al paese la “bolletta Berlusconi” che per decenni si dovrà continuare a pagare per far fronte agli sperperi del diciottennio di fango, alle ruberie, ai debiti, al mancato risanamento, alle mancate riforme, al regresso civile (che ha avuto e ha un pesante costo anche economico). E dovendolo fare assicurandosi anche il voto parlamentare dei primi responsabili dello sfascio.

Monti ha agito, mi sembra, seguendo in dosi massicce l’etica della responsabilità. Probabilmente troppo, e forse con qualche eccesso di cautela. Ma il nostro punto di vista non può ovviamente essere quello di chi per più di un anno è riuscito a non far nemmeno trapelare quel che certamente pensava della maggioranza – come minimo della maggioranza – di chi gli votava la fiducia in Parlamento. Nessuno di noi di Critica sarebbe certo stato minimamente adatto per un ruolo del genere, forse non da “tecnico”, come la finzione ha voluto, ma certamente da diplomatico esercitatosi a lungo negli equilibrismi intergovernativi che impegnano quotidianamente il lavoro della Commissione europea.

Nella maggior parte di noi, all’opposto, l’etica della responsabilità non solo non abbonda, ma è merce rara. E non è solo rara, ma a volte mi sembra che risulti pure alquanto sospetta per principio.

E sta qui, probabilmente, la radice ultima tanto del mio dissenso rispetto a un giudizio comune a molti fra noi, che mi pare eccessivamente critico su quest’anno di politica governativa, quanto al tempo stesso, e non è paradossale, la ragione della assai più larga consonanza di vedute registrata negli anni passati.

Io credo che l’etica pubblica della politica democratica debba essere l’etica della responsabilità. Sapendo però che anche l’assunzione consapevole dell’etica della responsabilità come criterio dell’azione politica deve trovare dei limiti. Ci sono situazioni – situazioni limite nella vita di una democrazia liberale – in cui si deve essere capaci di dire “no”, senza badare, o badando necessariamente di meno, alle conseguenze immediate. Negli anni di fango della Repubblica, negli anni del trionfo della ciarlataneria populista, dell’imbarbarimento civile, della dimissione di responsabilità dell’establishment italiano e della stessa opposizione, della chiusura di ogni spazio di intervento politico che non passasse attraverso un Pdl e un Pd complici nella progressiva “serrata del maggior consiglio” a ogni voce terza, la cultura liberale non poteva che testimoniare la sua irriducibile opposizione. E anche la sua irriducibile diversità. Altro, del resto, le era di fatto impedito di fare. Hier stehen wir, è stata la sola nostra risposta possibile.

Così è stato, così doveva essere. E siamo stati fra i pochi.

Chi invece adotta, come proprio abito mentale ordinario, l’etica della convinzione, inevitabilmente è portato a dire “no” quasi sempre; o comunque ogni volta che non siano soddisfatti bisogni impellenti e richieste la cui fondatezza gli appare incontrovertibile. Esige il risultato che ritiene eticamente dovuto, ma senza troppo curarsi delle possibilità, delle technicalities e dei mezzi. Si aggrappa alle rassicurazioni del primo esperto, magari appena di poco più esperto di lui, che assicura di avere in tasca la soluzione che salva capra e cavoli. È sempre portato a formulare domande “non negoziabili”. Difficilmente è consapevole che non c’è mai un limite al peggio: se trova inaccettabile una situazione è sempre pronto a ingaggiare un corpo a corpo con il principio di realtà. Può arrivare a teorizzare che il dibattito sull’economia altro non sia che un genere letterario. Può arrivare a puntare su una “catastrofe creativa”: nel caso del nostro Pellizzetti, perfino a puntare, magari in modo intenzionalmente ed esplicitamente strumentale, su quello che alla maggior parte di noi pare nient’altro che il nuovo principe dei ciarlatani della politica italiana, dopo una pausa di poco più di un anno dalla (sperabile) conclusione dell’epoca segnata per sempre dal pagliaccio precedente.

Ora, salvo imprevisti, si può sperare che la situazione stia lentamente mutando. Di sicuro il sistema politico italiano si sta ristrutturando un’altra volta, per la prima volta dal 1993-94, e sperabilmente nella direzione opposta. Oggi alla cultura politica liberale si dovrebbe chiedere non di testimoniare la propria sdegnata estraneità, ma di cercare di intervenire, di far sentire la propria voce, di partecipare alla ripresa di una competizione politica forse civile. Invece, mi sembra, diamo l’impressione di essere un centro studi sull’America Latina che osservi dall’Europa una campagna elettorale in Ecuador.

Se sotto Berlusconi – e sotto il con-dominio “bipartitico” Pdl/Pd – la solitudine era per noi una costrizione, non si può fare per questo della solitudine e della sconfitta il destino ineluttabile e quasi metafisico di qualunque presenza liberale nell’Italia – e solo nell’Italia – nel XXI secolo, finendo per autocompiacersene in modo quasi morboso. Finendo per autoconfinarsi in un culto della propria inattingibile e costitutiva “alterità” che ricorda da vicino quello di Pannella – nel caso di quest’ultimo funzionale però al controllo personale e carismatico di una formazione politica esistente, ancorché mantenuta in stato di forzata minorità e marginalità. Non c’è ragione di ritenere la cultura liberale votata in Italia, per non si sa quale maledizione della storia o dell’antropologia, o alla sconfitta eroica o all’ignominia. La storia prima o poi cambia sempre; e, sia pure più lentamente, cambiano anche le antropologie culturali: ce ne vorrà, ma nell’epoca della globalizzazione e dell’interdipendenza, queste ultime possono cambiare più velocemente che nel passato.

Sconfitta eroica o ignominia sono state le due sole opzioni per i liberali e per i democratici italiani dopo il ’22. Non farsi coinvolgere dalla ciarlataneria imperante e malavitosa, e anche dai tanti furbetti non restii a spartirsi con questa il bottino, e col bottino l’intera rappresentatività della Repubblica, è stato il ben più modesto dovere che si è presentato a noi dopo il ’94. Ma già in questo secondo caso non farsi coinvolgere non ha significato né la galera né il confino né l’esilio (se non meramente mentale); e del resto, anche per chi ha partecipato alla spartizione del bottino, più che di ignominia, si è trattato di ordinario servilismo da faccendieri, certo volgarissimo e spesso malavitoso, ma anche assai più banale.

Il pensiero utopico è più liberale del buon uso del realismo politico?

Oggi che ne stiamo forse uscendo, viene il dubbio che a fare un po’ schifo ai compagni di viaggio sia proprio la prosaica realtà della politica democratica in quanto tale, con la sua inevitabile approssimazione rispetto al suo modello ideale, con la sua necessaria e intrinseca funzione di ricerca di denominatori comuni, e quindi di relativa reductio ad unum delle posizioni all’interno delle forze in competizione, con i suoi necessari e faticosi compromessi, con il suo inevitabile fare i conti con la realtà e con i rapporti di forza reali nella società e nelle istituzioni; e con la sua inadeguatezza, talvolta, a fornire a tutti le opportunità e le prestazioni economiche che pure riteniamo indispensabile obiettivo della nostra vita civile garantire.

Io credo che la democrazia liberale non possa né debba corrispondere a un modello utopico, ma sia un prodotto storico, una costruzione sociale intrinsecamente imperfetta, che può migliorare come può perire. A essere un pericolo per la libertà e per la ricerca libera e individuale della felicità che più si addice a ciascuno di noi non sono le teorie politiche che si prendono in carico il nostro legno storto e che cercano semmai di aiutarci a crescere meglio senza imporcelo. Sono proprio le utopie a non poter essere veicolo di libertà. Tutte le vere ideologie utopiche non sono soltanto meri progetti di soluzioni non ancora sperimentate – quasi tutto, altrimenti, sarebbe in certa misura utopia, o lo sarebbe stato – ma sono soluzioni che si vogliono definitive, ottimali, non più superabili, versioni secolarizzate della Gerusalemme celeste, luoghi della fine della storia, dove ogni forma di dissenso e di conflitto, anche quella più regolata e più lontana dalla violenza, quand’anche non se ne teorizzi espressamente la soppressione, non ha più alcun senso. E dove, inevitabilmente, la pianificazione totale necessaria al controllo della perfetta uguaglianza – ma necessaria anche alla garanzia della uguaglianza delle opportunità, se e in quanto quest’ultima debba mirare a essere davvero perfetta – presuppone il controllo perfetto e totale da parte dei governanti sui governati (e infatti mi sono spesso accorto che, di tutti i diritti individuali fondamentali, quello alla riservatezza e alla privacy è di gran lunga quello ritenuto da alcuni di noi il meno decisivo e il più disponibile). È da un abbondante paio di secoli a questa parte che le ideologie utopiche sono le anticamere, certo del tutto inintenzionali, del terrore, degli stermini, dei gulag.

Ho sempre trovato incongruo che nella precedente serie di Critica liberale comparisse un motto, incomprensibile a tutti i nostri lettori (c’è stato perfino qualcuno che si è chiesto se si trattasse di una simbologia massonica!), che recava un pensiero, in sé peraltro fallibilista e relativista quant’altri mai – trial and error – assurdamente traslitterato nell’alfabeto dell’Utopia di Tommaso Moro. Un santo martire cattolico, fanatico e sanguinario, responsabile di avere mandato al rogo un numero indefinito di eretici assistendo personalmente al loro supplizio, assolto dal liberalismo laico e progressista italiano nel XX secolo proprio per avere fondato il pensiero utopico?

È probabilmente in questa predilezione, che a me appare incomprensibile e fortemente contraddittoria con i fondamenti di ogni liberalismo democratico, che va ricercata una delle radici di quella che a me sembra una ingiustificata ideologizzazione dell’impasse che la nostra comune vicenda politico-culturale ha sì forzatamente subito, ma per effetto delle contingenze storiche in cui ci siamo ritrovati, per un periodo lungo ma circoscritto, negli anni di fango. E anche la radicalizzazione delle interpretazioni della crisi e delle possibili ricette per uscirne. E l’incapacità di partecipare alla vita politica democratica accettandone i limiti, le approssimazioni, e anche le inevitabili frequenti meschinità di molti protagonisti – non sempre appartenenti al solo campo avverso.

(Quello sul pensiero utopico e sul realismo politico è il maggior dissenso di ordine culturale che mi divide dal nostro direttore. Per il resto, mi vengono in mente solo il diverso giudizio sulle radici anche riformate del liberalismo europeo, che lui non condivide, e quello sull’interventismo nella Grande Guerra – il solo terreno di dissenso, quest’ultimo, su cui le mie convinzioni, in questo caso solidamente giolittiane, mi collochino saldamente “alla sua sinistra”. Anche in quest’ultimo suo giudizio storiografico, molto più indulgente del mio, credo pesi la venerata memoria di tanti nostri maestri che, prima i diventare capi e ispiratori dell’antifascismo democratico, erano stati interventisti democratici in gioventù).

Naturalmente possiamo anche continuare, per quel che riguarda l’attività di Critica liberale, a fare quel che abbiamo fatto meglio in tutti questi anni: analizzare, commentare, studiare, criticare. È una funzione certamente utile, dato che non cesseranno di imperversare per decenni sulla scena italiana sempre nuovi tentativi di usurpazione del nome di liberale da parte della ciarlataneria populista imperante, degli apologeti del clericalismo o dei rivalutatori del fascismo storico, nelle più diverse salse e combinazioni.

Ma non avrebbe invece senso autocompiacersi di un destino di ineluttabile solitudine e sconfitta e al tempo stesso continuare a comportarci come se fossimo una componente, sia pure al momento contingentemente extraparlamentare, della politica italiana. Una componente della politica, e non solo del panorama politico-culturale. Una presenza che non è rappresentata effettivamente nel sistema politico un po’ perché – secondo una teoria simile, nelle conclusioni dell’analisi, a quella radicale – il sistema non è democratico non essendolo perfettamente, un po’ perché la politica reale (italiana ma forse mondiale) è oggi una cosa troppo sporca rispetto all’alta considerazione che ne nutriamo. Una presenza, la nostra, un po’ eterea e intermittente nel sinistro mondo della realtà storica, da cui è d’obbligo ritrarsi inorriditi al primo apparire di qualcosa di assai lontano da un ideale di perfezione quasi inumana, per attendere sulla riva del fiume il meritato passaggio dei cadaveri di chi, sia pure maldestramente (e magari maldestramente anche perché senza il nostro aiuto), ci ha comunque provato.

Questo non mi pare utile. Meglio, molto meglio, in questo caso, dedicarci esclusivamente e francamente allo studio, al commento, all’analisi: a cominciare dai nostri rapporti annuali sulla secolarizzazione, cui sarà interamente dedicato, come ogni anno, il prossimo numero doppio della rivista; o magari a un rilancio della collana dei “libelli”. Del resto, a sconsigliare forse di considerarci come una componente virtuale della politica in senso stretto, sono la stessa innegabile eterogeneità del nostro gruppo, almeno sulle importanti questioni che sono al centro di questa letterina, e la difficoltà di operare qualunque reductio ad unum fra persone dotate ciascuna di una forte e assertiva identità politica e culturale.

Meglio, anche per questo, nel prossimo futuro, cercare, assieme a chi lo ritenga utile, altri ambiti di intervento propriamente politico, che non coinvolgano Critica liberale, a partire magari dalle iscrizioni individuali all’Alde, che abbiamo contribuito a propagandare in Italia. E a partire dagli “Stati Generali della cultura laica” che Vetritto propone di convocare, «rimettendo insieme i cocci di un riformismo borghese che sopravvive solo in circoli, associazioni, fondazioni, riviste, qualche lista civica; che è scomparso dalla scena della politica visibile, ma che non è morto». Ambiti, questi, nei quali coinvolgere qualche gruppo o qualche liberale sparso con cui sia possibile interloquire per cercare di influire, anche trasversalmente, su un sistema politico in fase di ristrutturazione.

Il nuovo sistema politico e i nuovi interlocutori.

Anche perché, salvo imprevisti, è probabile che dopo le elezioni qualche liberale sia destinato a riapparire anche in Parlamento, e non necessariamente sotto del tutto mentite spoglie.

Il clima migliore potrebbe infatti incoraggiare a una visibilità maggiore quei pochi parlamentari di cultura liberale che, come quasi sempre è accaduto, saranno eletti, magari per sbaglio o per il rotto della cuffia, o per un imprevisto, nelle file del Pd. E speriamo che, dopo il suo tentativo di partecipare alle primarie su una piattaforma fatta di federalismo europeo e diritti civili, almeno Sandro Gozi sia recuperato e rieletto.

Nel prossimo Parlamento ci sarà poi, sempre salvo imprevisti, il nuovo partito di Massimo Donadi, cui spero si possano raccordare quei nostri amici che negli anni scorsi hanno preso molto sul serio l’inizialmente fortuita appartenenza formale dell’Idv, da cui provengono, agli organismi liberali europei. Sappiamo che, soprattutto fra i giovani di quel gruppo, ci sono non pochi liberali convinti, amici di Critica. E attraverso “Diritti e Libertà” dovrebbe rientrare in Parlamento almeno il nostro Franco Grillini. Spiace però che, pur avendo manifestato l’intenzione di dare finalmente vita a un partito della sinistra liberale, Donadi abbia per ora in gran parte contraddetto l’intenzione, e sprecato un’occasione che poteva essere davvero preziosa, circoscrivendo rigidamente la sua creatura allo stretto perimetro del personale politico proveniente dall’Idv, personale di assai disparata provenienza, e la cui qualità media nel passato non aveva brillato. Staremo a vedere. E dispiace che gli sia stata sostanzialmente imposta l’alleanza elettorale con il pur stimabile Tabacci, ciò che ci priva anche qui, come ovunque, della possibilità di votare con certezza per rappresentanti sicuramente laici, anzi “orgogliosamente laici” come Donadi aveva presentato i protagonisti dell’operazione: quelli di Donadi laici dovrebbero esserlo, salvo eccezioni, ma quelli di Tabacci no; però saranno nella stessa lista e con il porcellum scegliere non si può. Sappiamo purtroppo anche che, una volta ricevuto un imprinting, è molto difficile che un gruppo politico cambi natura in corso d’opera, ma sembra abbastanza certo che almeno qualche altro parlamentare sicuramente liberale da quelle file dovrebbe uscire, a cominciare, se non altro, dallo stesso Donadi e, speriamo, da Grillini. In bocca al lupo, comunque.

L’Idv invece, ancora formalmente membro dell’Alde, ma verosimilmente in attesa di trasmigrare, a sembrare in qualche occasione liberale nel corso dell’ultimo anno non ci ha più neppure provato. (Per la parte dell’Idv che non ha seguito Donadi non mi sembra che alcuno di noi abbia conservato qualche simpatia politica; trovo però imbarazzante constatare che in molti abbiano adottato uno schema interpretativo entro certi limiti analogo al loro, imputando al governo Monti una sostanziale continuità e malefatte analoghe a quelle che tutti giustamente rinfacciavamo all’orrendo predecessore).

Non si sa che cosa ne sarà dei radicali, che però ci hanno abituato a una tale imprevedibilità di comportamenti e alleanze che non sapremmo dirne nulla, anzi non è chiaro neppure se ci saranno, o se ci saranno solo per promuovere, comunque sia e con chiunque prometta di sostenerle, le iniziative di Pannella (su cui, non intendendo criticarlo nell’attuale frangente e avendo Critica già manifestato un suo parere mesi fa, non mi esprimerò in questa sede).

A me sembra però che il fatto davvero nuovo di questi giorni, quello che, anche se ha appena messo in moto un processo di cui non è ancora dato di intravedere l’esito, potrebbe davvero riservare sorprese, sia proprio la conferenza stampa di fine anno del Presidente del Consiglio e la relativa “agenda Monti”.

E qui, ancora una volta, il mio parere è diverso da quello più frequente sulle pagine di questo sito e della rivista.

Prima di tutto, Monti ha messo fine a ogni possibile ambiguità sui suoi rapporti con il berlusconismo. La rottura, anche per le modalità con cui si è prodotta, non appare davvero minimamente ricomponibile. E i tempi della rottura danno ragione dei suoi motivi. Il rapporto di Monti con i berlusconidi è durato il tempo necessario per portare a termine gli ultimi adempimenti della legislatura, mentre il suo rapporto futuro con il centrosinistra non è del tutto compromesso. Avremo con ogni probabilità nel prossimo Parlamento una maggioranza antiberlusconiana anche in Senato: se non ce la farà il centrosinistra da solo, la maggioranza prevedibile comprenderà il centrosinistra e la coalizione montiana. Questo verosimilmente significa che, anche con tutta la buona volontà di rianimarlo un’altra volta da parte di qualche suo leale “competitore”, Berlusconi non dovrebbe più avere voce in capitolo, nemmeno quando si tratterà di votare a maggioranza qualificata. E questo quasi sicuramente significa uscire davvero e definitivamente dalla nefasta “età berlusconiana”. La legge elettorale sarà quasi certamente cambiata, e il potere di interdizione al Senato che Berlusconi si era attribuito permanentemente con la legge-porcata dovrebbe così terminare. Non ci saranno più alibi per l’approvazione di una vera legge sul conflitto di interessi.

Per le ragioni che a questo punto dovrebbero risultare chiare, a me l’agenda Monti sembra largamente condivisibile (almeno per quel che contiene). Tra l’altro anche per le caute novità che indica rispetto all’operato dello stesso governo uscente, in direzione di qualche maggiore attenzione al disagio sociale e alle disuguaglianze. Manca una prospettiva di più ampio respiro di quella che può fornire un’agenda delle cose da fare in una legislatura, ma, per quel che valgono i programmi elettorali (capisco che i miei amici difficilmente accetterebbero di valutarli con il cinico metro proposto da Anthony Downs), questa agenda mi sembra meno ambigua e più seria e affidabile delle “narrazioni” che spesso risuonano nell’ambito del Pd. E da un terzo di secolo almeno (almeno da quando ho vissuto da consigliere di un Comune capoluogo di regione l’applicazione della legge sull’“equo canone”) ho imparato a diffidare di consimili narrazioni, sempre solo incentrate sugli obiettivi e quasi mai seriamente preoccupate di indicare con realismo gli strumenti necessari e idonei a raggiungerli, e che si sforzano sempre di nascondere le prevedibili o possibili conseguenze inintenzionali delle misure che promettono.

I limiti dell’“agenda” mi sembrano soprattutto due.

Da un lato, e pur attribuendo così tanto rilievo al contesto istituzionale europeo, l’agenda si arresta a un passo dalla rivendicazione di una vera riforma federale delle istituzioni, anche se afferma la necessità di attribuire “un mandato costituzionale” al prossimo Parlamento Europeo. Quest’ultima è una tipica rivendicazione federalista, la più pressante del momento, ed è in realtà il solo passo che gli Stati membri devono compiere per mettere in moto il processo. Non avrebbe senso un mandato costituente senza una meta federale. Può darsi che la preoccupazione sia stata quella di non contraddire apertamente dichiarazioni di diverso segno rilasciate mesi fa dallo stesso Monti – e in forma più esplicita dal Ministro degli Esteri – che avevamo commentato e criticato a suo tempo sulla rivista. Può darsi che pesino considerazioni di ordine intergovernativo, dato che quella di mediare con successo accordi generali in tale sede è la ricorrente ambizione di ogni governante europeo, ed è la costante logica conservatrice cui il meccanismo istituzionale vigente tende a indurre e piegare i membri del Consiglio. Ma può anche darsi che si sia trattato di una semplice cautela di ordine elettorale.

Lo stesso ordine di preoccupazione che ha forse indotto anche gli autori dell’agenda a concedere qualcosa alla diffusa indignazione anticastale, proponendo una riduzione del numero dei membri del Parlamento e la trasformazione del Senato in Camera delle Regioni. Non starò qui a ripetere, avendolo già fatto sulla rivista [3], le ragioni per cui riterrei un’eventuale riforma in senso monocamerale assai più opportuna di una riduzione della rappresentanza (che renderebbe anche meno contendibili le leadership di partito), o della conversione di una delle camere in palestra di demagogici contenziosi campanilistici fra aree territoriali.

Se comunque quel che l’agenda contiene sembra a me largamente condivisibile, il problema è ciò che non contiene. Non si tratta solo dello scenario più ampio. Da questo punto di vista l’agenda è volutamente una mera, non enciclopedica, agenda di legislatura. Si tratta invece, essenzialmente, di tutta la partita della laicità delle istituzioni e dei diritti civili e delle riforme ad essa correlate, su cui l’Italia degli anni di fango ha aggiunto agli inaccettabili ritardi accumulati anche nuove manifestazioni di servilismo e di sudditanza dello Stato, e nuove discriminazioni ai danni dei non credenti e dei non cattolici. Naturalmente non ci si sarebbe potuti attendere da Monti, fresco partecipante alla riunione dei leader del Ppe, nulla di simile a un “manifesto laico”; e, dato che gli ingredienti della sua lista o coalizione comprenderanno certamente anche l’Udc e i molti cattolici che, pure assieme a molti laici e con molta più sobrietà politica e civile, si riconoscono in verso la Terza Repubblica e in Italia Futura, qualunque presa di posizione in materia, che avesse preteso di rappresentare l’intera coalizione che sosterrà elettoralmente l’agenda Monti, non avrebbe potuto che risultare sconfortante. Perfino più sconfortante dei “compromessi alti” del Pd. Molto meglio nulla, indubbiamente.

Il problema però si sposta in questo modo dal testo dell’agenda alla concreta configurazione della coalizione. Una lista unica anche alla Camera, comprendendo necessariamente tutta l’Udc e comunque il suo leader, anche al di là delle intenzioni avrebbe inevitabilmente dato un segno integralista all’intera formazione, che in tal modo non sarebbe risultata potabile per i liberali, tanto più in presenza dell’attivo sostegno della Cei. La nuova formazione avrebbe avuto in ogni caso il merito di contribuire in modo determinante a dare il definitivo benservito al berlusconismo, ma non anche quello di aprire all’Italia una prospettiva di piena modernizzazione anche civile. Ma nella sua conferenza stampa di ieri Monti ha scartato l’ipotesi della lista unica alla Camera, e ha esplicitamente chiarito, a proposito delle questioni relative alla laicità, che «non è su queste questioni che si articola la formazione di questo impegno e quindi credo che in primis siano le coscienze individuali e la sede parlamentare i momenti nei quali questi valori e le iniziative conseguenti devono esplicarsi».

Nella coalizione di Monti non sarà presente una componente politica organizzata esplicitamente laico-liberale, ma, sulla base di questa dichiarazione, dovrebbe esservi ricompresa la stessa pluralità di posizioni in materia che si ritrova nel centrosinistra, e in particolare nel Pd. Anzi, se troverà conferma nella composizione delle candidature, questa più esplicita dichiarazione di pluralismo interno, rispetto a quanto sempre praticato dal Pd, dovrebbe consentirvi una manifestazione più libera – certo accanto alla massiccia presenza di altre di segno opposto – anche di posizioni laiche e liberali, non costrette nella camicia di forza dei cosiddetti “compromessi alti” cui il Pd è obbligato dalla necessità di non scontentare la sua componente di origine democristiana e dalla sua natura di classico partito politico a vocazione generalista. Se quindi la coalizione comprenderà anche presenze laiche, chiaramente e visibilmente estranee al cattolicesimo politico e al riferimento al Ppe, a me pare che i liberali italiani potranno e dovranno includere parti o esponenti di tale coalizione fra i propri primi interlocutori.

È scontato che, come avviene in tutte le transizioni, sarà inevitabile assistere a giravolte e piroette di uomini politici che cercheranno nella coalizione di Monti una sopravvivenza altrove non più garantita. Ciò non toglie che questo potrebbe essere davvero l’inizio di una svolta nel sistema politico italiano e non solo la fuoriuscita da diciannove anni di vergogna civile.

Felice Mill Colorni

[1]  http://www.felicemillcolorni.it/Novecento_defunto.html

[2]  http://www.felicemillcolorni.it/Articolo18_e_vere_anomalie_italiane.html

[3]  http://www.felicemillcolorni.it/Contro_populismo_anticasta.html


dal sito Internet di Critica liberale, 29/12/2012

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